Rino Negrogno

Pandemos
Sinossi
Controra Sono solo pensieri sparsi, senza una ragione né un motivo. Scritti tra il 2018 e il 2020, tra naufragi e pandemia, violenza sulle donne e uccisioni di bambini. Due anni difficili per il mondo, e invecchiare in queste circostanze è davvero molto faticoso. In realtà un motivo per scrivere c’è ed è Pandemos. Pandemos è un libro di poesie. Alcuni di questi pensieri li ho elaborati mentre mi ritrovavo a venti centimetri da un paziente COVID positivo per incannulare una vena o per misurare la sua pressione arteriosa, per tentare di rianimarlo con il massaggio cardiaco e la ventilazione artificiale, chiusi in ambulanza, in uno spazio di un metro per due, bardato con una tuta bianca, una mascherina e una visiera. Ma non tutti i pensieri tornano da questo periodo. Buona lettura.
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Letture
Rino Negrogno
Ottobre
Così va via ottobre,
tra le limacce e i finferli
sfavilla di rugiada
sotto un albo barlume
rovesciato dai nugoli
il brolo giallognolo
e i coleotteri germogliano
le foglie avvizzite di amaranto
che si quietano alle radici,
e rivive bruma la ruggine
delle ringhiere sprizzate
di sciabordio da libeccio,
al meriggio si offuscano i vetri
fulve le stanze degli scolari
e i fruttivendoli fumano
aspre caldarroste tra i melograni,
ombreggia sbrigativo il crepuscolo
insinuando inquietudine novembrina,
rimpiangeremo questa volta
i bambini travestiti da mostri
e i loro sorrisi da vampiri
mentre noi due, solo noi due, credo,
smaniosi di sabbia e salsedine
saremo montagne di flanella.
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Quando un giorno
Quando un giorno
Quando un giorno
sarà tutto finito
e noi, mano nella mano,
avendo ancora premura,
camminando
ci guarderemo dietro,
sull’asfalto ancora fumante
del padre di nostro padre
sepolto senza rumore,
se non di vento e pioggia
sulla pietra lisciata dai cipressi,
quando noi leggeri come foglie
correremo verso il mare
e l’acque verdi dei torrenti
c’hanno da sempre gorgogliato
fragorose tra i sassi
e le madri con i cassetti traboccanti
di fotografie e parole benevoli,
quando finalmente ci baceremo di nuovo
e le puttane non avranno più paura
di ammonticchiare i segreti
dei padri sopravvissuti,
quando immergeremo i piedi
e poi le braccia e i sogni
e le onde ci sorprenderanno,
quando sarà tutto finito
e finalmente sapremo
chi avrà avuto torto,
e chi invano ragione,
quando immergerò la mia lingua
nella tua bocca ritrovata
come se fossi un adolescente
e tu vibrante di filosofia
mi sorprenderai come sempre
con gli occhi aperti,
quando sarà tutto finito
e i bambini torneranno nel cortile,
quando tu e io
saremo lontani da tutto questo
e i morti saranno
come quelli del cinquanta,
quando mia madre era il due novembre,
e gli epitaffi stinti riflettevano i fantasmi,
quando ci riposeremo sulla battigia
e il sole prosciugherà il mare.
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Museo Diocesano Bisceglie
Il volo dei grifoni
I grifoni ivoriani lo sanno
che non si può volare così in alto,
loro che al crepuscolo s’innalzano
dagli aceri dei deserti, rinsecchiti,
ambre luminose in cerca di carcasse
tra le lagune alla foce del Comoé,
l’acqua di sabbia e di sabbia
increspata dalle azobe impiccate,
e i tuoi maestri di scuola elementare
lo sanno, tra le baracche
e i sassi lanciati a caso di Niangon
che oggi non ci sarai tra i banchi
di mogano avanzato e arrugginito,
e mamma e papà lo sanno
mentre rimproverano Dio in djoula
che a Yopougon di Abidjan,
dietro le trame madide del tramonto,
ci sarà ancora per sempre una guerra.
Ma tu non lo sapevi che solo
i grifoni ivoriani possono volare
così in alto, tanto in alto,
da far precipitare gli aerei,
e andassero al diavolo
i pastori di bufale e i coltivatori di caffè
le loro zuffe quotidiane con i fucili,
il sangue che nemmeno grida vendetta,
tace fruscii di sguardi rassegnati.
Ani Guibahi, figlio di stagioni e di pioggia,
cespugli ai bordi di un aeroporto,
chissà quanti rannicchiarsi sono serviti
per calcolare le distanze dalla fuga,
e prima o poi gliel'avresti raccontato
a mamma e papà,
abbeverati di ingiustizia,
il carrello afferrato al volo,
per una montagna o una collina oltremare,
senza sabbia e senza sibili di proiettili,
dove un giorno, loro due, ti avrebbero raggiunto
così indifesi senza giustizia
per non aver avuto il coraggio
di volare appesi al mostro
come hai saputo fare tu
che sei morto, ma almeno questa volta
restando sopra la pioggia,
costretto dal ghiaccio e l’asfissia
a pensare o gridare, non lo sapremo mai:
“Mamma, papà, perdonatemi
per quella vostra mancanza di coraggio,
per questa nostra mancanza di giustizia”.


Ad Ani Guibahi Laurent Barthélémy
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Pandemos Lettura di Michele Lattanzio
Pandemos
E i feretri solitari delle chiese reboanti,
ormai tundre di girifalchi e mosaici
di madri e di padri addormentati
senza cortei, tra solo i cipressi a condolersi,
che guardano spaesati occhi di santi,
voltati verso il mare al campanile,
poi abbandonati nelle cappelle chiuse,
senza lapidi, riflessi di silenzio e lumini spenti.

E le genti turbate coi volti coperti,
con le pance deserte e le acque disperate,
i bambini senza corse davanti alle scuole,
appannati di noia i vetri delle loro camerette,
le lunghe file di donne sciatte e mascherate
dal pizzicagnolo e dal farmacista inguainati,
i caffè chiusi mentre lo scopatore spazza
polvere e amori che non sono più nati.

E i malati intubati dentro gli ospedali
mentre infermieri tramestano siringhe e ramaglie
e la pioggia bagnata di strade desolate
zigzaga sull’alte finestre senza occhi,
contano i minuti irriverenti e sempre uguali
temendo di non uscirne se non da morti
e di non poter nemmeno godersi
il tacito commiato delle lacrime dietro la porta.

E noi che saremo sopravvissuti per caso
ci risveglieremo da un crepuscolo indifferente
mentre barbaglia un nuovo giorno di sole
in un sogno senza affanno e respiro
di quelle madri e di quei padri senza corteo,
coi loro occhi di pietra lisciati nel vento
dalla chioma ombrosa dei cipressi,
dalla parte del mare, ma senza alcun risentimento.
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