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Rino Negrogno

Il miracolo

 

Sinossi

 

Matteo è alle prese con la difficile gestione del divorzio con Francesca ed è tormentato dai sensi di colpa derivanti dal rapporto intermittente con suo figlio Mattia. Sente la nostalgia della quotidianità perduta, le lotte sul lettone con il figlio, che erano un pretesto per abbracciarlo. Il romanzo è a tratti una reminiscenza del suo passato, si ritrova a pensare a quando era bambino, ai suoi genitori che non si sono mai separati, ma soltanto per un atavico senso del dovere; secondo lui non vi era amore tra suo padre e sua madre, sono rimasti insieme per rispettare le regole e per paura di essere giudicati dai vicini. Si chiede cosa sia più giusto, per non far soffrire i figli, tra una separazione o un rapporto tenuto in piedi senza amore. La sua quotidianità è scandita, oltre che dal suo lavoro, dagli appuntamenti con lo psicanalista e l’avvocato, ma si reca a questi appuntamenti senza convinzione e ritiene che i professionisti non possano aiutarlo; finisce per scorgere, in loro, problemi ben più gravi e ritiene, per questo, che non possano risolvere i suoi. È infastidito quando l’avvocato gli mostra dei calcoli per ridurre l’assegno di mantenimento per suo figlio, come anche quando lo psicanalista cerca di fargli recuperare la fiducia in sé stesso. Anche diversi suoi amici sono separati e gli raccontano le loro storie, dove spesso i figli vengono utilizzati per farsi la guerra, situazione che lui non accetta e non riesce a concepire. Altre volte sono gli stessi figli a vendicarsi per i torti subiti dai genitori separati. Una di queste è Chiara, quattordicenne che lo seduce soltanto per vendicarsi contro il genere maschile. La situazione precipita quando per caso scopre di avere una terribile malattia incurabile; ateo, tra esami, prelievi ematici e radiografie, si rivolge inaspettatamente al curato della parrocchia del suo quartiere, ma anche lui si rivela presto incapace di aiutarlo preso dai suoi turbamenti e dai suoi dubbi. Infatti l’unico consiglio che riesce a dargli è quello di rivolgersi al santo venerato nella parrocchia, San Ciro, protettore degli ammalati. Matteo pur titubante, ma disperato, si lascia convincere e, accompagnato da don Peppino, chiede al santo di intercedere presso Dio per concedergli un miracolo. Ma gli sarà concesso il miracolo?

 

 

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Recensioni

 

 

Cristina de Vita - Scrittrice

Nuove forme di scrittura per argomenti sempre attuali.

       Cosa meravigliosa questa terza fatica di Rino Negrogno con un ritmo narrativo forte e serrato, che non lascia spazio a fraintendimenti; un viaggio all’interno dei sentimenti più intimi di diversi personaggi che cercano, nella monotonia della quotidianità, di trovare uno spiraglio, una luce che possa condurli se non alla salvezza, ad una condizione di riscatto emotivo e sentimentale. L’isolamento e l’alienazione causati da una separazione, sono il motivo conduttore che portano i personaggi di Rino a sanare questa “scissione interiore”, con la ricerca di qualcosa di soprannaturale, con un evento e degli accadimenti capaci di riportare l’equilibrio - in un ambito privato e confidenziale - come quello della famiglia che altrimenti si sgretolerebbe. La forza delle parole contenute in questo libro ci apre porte insospettabili e momenti interiori di grande respiro. Un libro simile ad un “luogo fortificato” dove trovare l’ossigeno per nuove forme di armonia.

 

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Mariella Cuoccio - Poetessa

Dal miracolo alla vita.

La nuova opera dello scrittore Rino Negrogno “Il Miracolo”, riporta un titolo assai “catturante” e certamente il lettore ne viene attratto. Le prime righe del racconto colpiscono il cuore del lettore per la poetica descrizione dell’ambiente e di uno stato d’animo pronto a catturare ogni bellezza e ogni “meraviglia”: “Adoro il profumo che emanano i mattini di dicembre, di mandarini e finocchi, la bruma rappresa in galaverna sul parabrezza, i colombi si aggirano infreddoliti e affamati, benché i maschi non disdegnerebbero un fugace accoppiamento”. Ed è proprio la parola “meraviglia” la chiave di lettura ed il vero significato dell’opera. Essa etimologicamente conferisce origine alla parola “Miracolo” quale evento soprannaturale non spiegabile con le leggi della natura. Ed ecco un uomo comune, Matteo, alle prese con le prove della vita: una separazione e di conseguenza un difficile rapporto con la ex moglie ed un figlio da gestire, una convivenza particolare con un’amica e la sua figlia adolescente, una visita medica dalla quale scaturisce un esito angosciante, un contatto col mondo ecclesiastico corrotto e pieno di contraddizioni. Il tutto sapientemente mescolato dall’autore che certamente spinge il lettore a non fermarsi, a continuare la lettura per conoscere gli intrecci degli avvenimenti e dei personaggi e la relativa conclusione. Il linguaggio accurato, ricco di termini non comuni e ricercati impreziosisce il racconto e ne conferisce un tono accademico. In che cosa, dunque, si concretizza il miracolo di questo racconto? Nello scoprire la forza e la potenza dell’uomo stesso capace di cadere nei vicoli più scuri della disperazione e contrariamente superare prove difficili con volontà e determinazione vincenti. Perché l’uomo con i suoi errori, cattive abitudini e credenze consolidate a volte non riesce a volare, a vivere appieno, a gioire ma è sufficiente seguire il proprio cuore, il proprio dettato interiore per scoprire che ogni giorno è un miracolo, la vita stessa è un miracolo.

 

 

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Italo Interesse - Scrittore e redattore di Quotidiano di Bari

Una penna agile e acuta

Matteo si riscopre gravemente ammalato. Comincia il calvario di analisi, visite, tac, chemio. Una storia comune, verrebbe da dire, se non fosse che dietro si nasconde un giallo di cui lo stesso protagonista è ignara pedina. Con penna agile a acuta Rino Negrogno descrive lo stravolgimento innescato dagli eventi nel pensiero di un uomo che ora volge al prossimo uno sguardo più acuto e fertile.

 

 

 

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Giuseppe Tarantini – Ex Sindaco di Trani e Primario Ematologia

        Il buon Rino sta crescendo moltissimo e non dico "è cresciuto" solo perché, attento com’è alle sfumature, non vorrei ritenesse il suo percorso di scrittore aver compiuto la sua evoluzione. Non è affatto così, abbandonate certe ampollosità, ora è diventato più asciutto, diretto, con vette descrittive come “la barba arata dalla penna” dello psicologo del suo professor Attobana, protagonista del racconto. La trama scorre tra scorci di umanità della quale è osservatore acuto e privilegiato per la professione che svolge e per la larghezza del suo cuore; storie di uomini e donne, di bambini, di padri che amano figli e di altri che manco li vedono, di personaggi laidi e di ipocrisie della provincia, in cui alla fine perde anche chi ha vinto. La sua vena appare assolutamente feconda, ci regalerà ancora acqua di fonte sempre più pura e dissetante. Ma questo è il libro per tutti. Poi c’è quello per me. L’odore dei finocchi e dei mandarini a Natale, le palme vendute davanti alla cancellata del sagrato della Chiesa non è soltanto Trani, è soprattutto il quartiere in cui è cresciuto Rino e in cui sono cresciuto io. Sapori di casa, odore di famiglia, il nostro vissuto, la dolcezza della nostalgia, il tiretto più remoto del nostro cuore. Bravo Rino, dietro quel look da profeta Isaia è ormai chiaro che si nasconde uno splendido rabdomante dei migliori sentimenti.

 

 

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Mimmo Santorsola – Consigliere Regionale e Responsabile Oncoematologia

Ogni libro ha la sua personalità, proprio come ogni lettore.

“Il Miracolo” di Rino Negrogno non solo è un libro scritto bene ma ha anche una caratteristica che me lo ha fatto apprezzare in modo particolare, una qualità che mi ha sorpreso già dopo aver letto poche decine di pagine e che si è consolidata man mano che mi avvicinavo alla fine.       Si tratta, infatti, di un libro poliedrico da leggere in modi diversi a seconda dei momenti. Può essere un racconto di costume popolare con un finale insolito che ti coinvolge tanto da “consumarlo” in poche ore. Può anche essere un libro colto, pieno di parole da ricercare pazientemente sul vocabolario per comprenderne appieno il significato e trattenerle nella memoria per accrescere la propria capacità linguistica. In alcuni tratti, poi, si trasforma in un manualetto di storia dell’arte con riferimenti ad autori ed opere la cui interpretazione e la cui correlazione con aspetti della vita quotidiana rende più umani e più comprensibili gli artisti. Forse, se lo rileggo, riuscirò a scoprirne altri aspetti interessanti… chissà... la prossima domenica uggiosa!

 

 

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Stefania Fiordiponti - Counselor

Sorprendente è il finale, che va oltre le aspettative del lettore.

Leggere un libro di Rino Negrogno è come immergersi in tanti mondi differenti: il lettore può accompagnare i vari personaggi nel loro profondo viaggio Introspettivo; oppure può soffermarsi nella minuziosa descrizione di scenari naturali, che aprono il respiro; o ancora empatizzare con la drammaticità o l’ilarità delle situazioni narrate. Ogni suo lavoro possiede mille chiavi d’ accesso: sia quella sociologica, che quella psicologica, descrittiva o artistico-culturale. Nella prima parte del libro “Il Miracolo”, il protagonista Matteo si lascia pervadere da una profonda ed attenta analisi di molteplici relazioni di coppia. Vive in prima persona la sua condizione di separato, caratterizzata da sensi di colpa nei confronti del figlio Mattia, a cui deve sottrarre tempo. Accompagna poi il lettore nella descrizione di divorzi disastrosi che hanno lasciato segni indelebili nei figli, condizionandone il resto del percorso di Vita, o ancora narra di coppie in “separazioni a rate” dove i coniugi condividono ormai solo il tetto di casa. Ogni vissuto viene analizzato attraverso un attento sguardo ai più deboli, che in questo caso sono i bambini. Nella seconda parte del romanzo Matteo scopre di avere una brutta malattia, che lo porta a fare i conti con la sofferenza, con la paura di morire e con un maggior desiderio di spiritualità. Attraverso il protagonista, Rino che è un operatore dell’emergenza urgenza, accompagna il lettore nella desolazione degli Ospedali e dei reparti dove mai tralascia aspetti di natura sociologica e politica, soffermandosi anche su una particolareggiata e minuziosa descrizione delle pratiche mediche. Molto profondo e conflittuale è anche il rapporto con Dio, che si estrinseca nella prima parte con un toccante dialogo con ns Signore e nella seconda parte con l’atteggiamento antitetico del prete a cui Matteo si rivolge per un supporto spirituale dopo la notizia della sua malattia. Particolare menzione va alla descrizione di quadri d’ autore, che arredano i vari studi professionali, frequentati dal protagonista. Sorprendente è il finale, che va oltre le aspettative del lettore.

 

 

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Letture

 

 

        


Juan Martín Guevara – Buenos Aires

con “Il miracolo” di Rino Negrogno

Audiolettura – Il miracolo - Introduzione

 

Adoro il profumo che emanano i mattini di dicembre, di mandarini e finocchi, la bruma rappresa in galaverna sul parabrezza, i colombi si aggirano infreddoliti e affamati, benché i maschi non disdegnerebbero un fugace accoppiamento. I palazzi sbuffano tra i tiranti delle antenne smilze e le finestre sono occhi sgranati, gialli e arancioni fin dal meriggio; il mio cane ballonzola alla ricerca di un filo d’erba, tenta ripetutamente di scrollarsi il freddo tanto da perdere l’equilibrio. Il mio nome è Matteo, preziosa eredità in memoria di mio nonno; si sedeva troneggiante a capotavola sin dal mattino, estraeva il tabacco dalle sigarette di un intero pacchetto di Nazionali, lo sminuzzava e lo mescolava con quello sfuso di una confezione, con la mistura ottenuta rollava quaranta nuove sigarette che sarebbero durate fino alla sera. Non l’ho conosciuto, è morto nel cinquantasei; io non dovrei, c’è già troppa foschia, ma in genere fumo sia per ossequiare la mia serenità sia quando mi pervade l’inquietudine, infatti da qualche giorno ho una strana sensazione di affaticamento, un dolore ai polpacci simile a dei crampi e poi, quest’eritema fastidioso all’avambraccio sinistro che mi prude senza darmi tregua. Dovrei recarmi dal dottor Mauro Demico, il mio medico di famiglia, da un anno è il sindaco della mia città, dovrei farmi visitare o, forse, sarebbe opportuno ignorare questi segnali inquietanti, vivere quel che mi viene concesso gratuitamente senza pormi troppi interrogativi. Non c’è atto di violenza più atroce oltre quello di doversi denudare di fronte a un tuo simile senza che egli si ponga parimenti e, se due individui, contemporaneamente si privano delle vesti, le intenzioni dovrebbero essere favorevoli per entrambi quand’anche il tragitto per giungere a una conclusione così azzardata potrebbe essere differente. Svestirsi dinnanzi a uno sconosciuto, raramente affabile, non sempre del tutto consapevole e con l’immancabile padronanza cui si fregia tra i ghirigori della pergamena in bella mostra alle sue spalle, lasciarsi palpare l’addome globoso dalle mani morbide e dover trattenere lo spasmo infantile provocato dal solletico, sopportare il gelido fluttuare della membrana dello stetoscopio che gli rivela i refoli più reconditi mentre scruta il vuoto della sua perplessità; tutto questo è di una violenza inaudita, oltre a essere incomprensibile, ingiustificato. Non comprendo come possa esserci tutta questa gente in coda, in attesa di essere visitata, hanno i volti sommessi, alcuni parlottano tra di loro del più e del meno come se non fossero per nulla impensieriti da quel che gli aspetta, non sono coinvolti dai loro mali come invece dovrebbero. Quei due energumeni, incomprensibilmente, altercano con impeto su chi debba entrare prima per farsi visitare, come se dietro l’arcana porta vi fosse una sinuosa fanciulla ad attenderli smaniosa; nei loro panni cederei volentieri il mio turno, anzi: «gentili signori, visto che ci siamo e prima che vi alteriate invano, vi invito fin d’ora a entrare prima di me; la prego signora, lei avrà certamente di meglio da fare piuttosto che starsene in questa lugubre sala d’attesa a sfogliare quotidiani che manipolano realtà approssimative, sono certo che la attendano improcrastinabili faccende domestiche, la prego, senza indugio, si accomodi, le cedo volentieri il mio turno, non ho alcuna fretta, quest’oggi non ho nulla di significativo da svolgere». Mi osservano sbigottiti, come se fossi io ad avere atteggiamenti inusitati e non loro che non desiderano altro, ogni volta che entra un nuovo mutuato, oltre a domandarsi chi sia l’ultimo arrivato e, una volta appurato chi sia, con l’aria cortese, ripetono: «vorrà dire che il mio turno viene dopo il suo».

 

      

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Audiolettura – Il miracolo - Le separazioni

 

I miei, invece, non si sono separati, tranne che in morte di mio padre, si sono trascinati tra giorni di silenzio e urla funeste, costernati tra i raggi smezzati dalle sbarre e provenienti della finestra, che sbiechi radevano la caffettiera mattiniera di mia madre invecchiante tra decisioni mai prese. Era l’educazione ricevuta dai preti e i dai padri che imponeva di restare, non era amore per i figli, era quel che si sarebbe potuto dire nel vicinato. Era una delle frasi più pronunciate da mia nonna: «cosa diranno di noi gli altri?», l’anatema intercalava magnanimo, monito quotidiano, santo protettore delle famiglie affittuarie ed era quantunque più infausto di un’infermità. Senza considerare il fattore economico, la casa in affitto, appunto, e le rate dell’automobile benedetta e annaffiata con una bottiglia di spumante, versata per buon auspicio sulle quattro ruote. Ma ogni giorno vi era una separazione, a volte in una parola, altre in uno sguardo, in una mancanza, un’illusione. Le separazioni possono essere definitive come quelle degli arditi o possono essere il risultato di una somma d’infinite separazioni, di scelte da codardi. Quali benefici potranno trarre i figli dei genitori coraggiosi che pongono fine a tutto? E quali, i figli delle separazioni a rate, che rosicchieranno radi giorni di bonaccia, guardandosi le spalle da un arcobaleno e un temporale minaccioso? Io sono figlio di una separazione a rate con la sensazione incrollabile del debito inestinto, una delle tante coppie che durano finché morte non li separi e che agli occhi serafici delle comari, gli sciagurati, accedono meritatamente al paradiso e l’aldilà, tutto sommato, sono loro stesse con i ventri gonfi di rosari, sedute sui balconi, con lo sguardo severo e le faretre traboccanti, avvezze a scovare ogni debolezza palesata incautamente. Loro sono comunque sopravvissute, senza accenni di dolore, né di gloria, tranne il dovuto scranno, quel volto solcato da rughe competenti e un’espressione benaltrista.   

 

 

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Audiolettura – Il miracolo - La processione

 

È primavera. Dondolano dorati i canneti, abbarbagliando le violette e le primule rinate tra le crisalidi, sfavillano, al tramonto, i mandorli di brina, al soffio di Zefiro, tra i capelli fulvi di grano mentre il mare turchino s’infrange sulle pietre che rotolano candide e fragorose tra i fiotti, irrompe l’aurora corrusca tra le persiane risvegliando azzurrina Venere tra i fiordalisi che già s’attarda, gioconda all’imbrunire e le fanciulle rifioriscono danzando tra i mirti mentre si disperdono infelici le nuvole e la bruma, ragionando adombrate dell’inverno morente, talmente prese dalla rugiada sui ranuncoli assolati da non saperne di salsedine della canicola. Le luminarie luccicano sotto un cielo non ancora imbrunito mentre i rintocchi ammansiscono i fedeli e gli effluvi acri delle frasche incendiate dai mezzadri sopraggiungono immischiandosi all’incenso lieve dei turiboli. I confratelli dondolano in fila avanti e dietro al santo, il più rubizzo reca il gonfalone, attorniato da due inconsapevoli fanciulli che si trastullano con i cordoni del vessillo; avanti al santo tutti i preti della città e per ultimi, con un’espressione appagata e ben agghindati, il vescovo e don Peppino, sotto il baldacchino portato da otto tra i più poderosi; infine io, tra le autorità civili e militari, la banda musicale e i fotografi. 

 

 

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