Rino Negrogno

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Rino Negrogno è nato il 7 luglio del 1968 a Trani, dove vive con la moglie Barbara, il figlio Luca e il cane Axel. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Valdemaro Vecchi di Trani dove è stato alunno dello scrittore Mimì di Palo. Laureatosi a Foggia in infermieristica, lavora nel servizio emergenza urgenza 118 dal 2004. Svolge attività di volontariato nei centri di accoglienza e nella protezione civile. In passato si è impegnato nella politica locale e nel sindacato prefiggendosi l'uguaglianza e la giustizia sociale. Ha curato le rubriche di giornali telematici pubblicando riflessioni sugli avvenimenti più significativi. Alcune sue poesie e racconti sono stati pubblicati in diverse antologie e rubriche. Nel 2016 ha pubblicato i suoi primi due libri: “Interludio” e “Controra”, nel 2018 “Il miracolo”, nel 2019 “Codice Rosso”, nel 2020 “Pandemos”, nel 2021 “Il monatto”.
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La felicità. 29/08/2021

Quando ricevetti la Prima Comunione, a nove anni, ero talmente felice che ritenevo quel giorno il più bello della mia vita. Non perché ricevessi Gesù, come mi aveva spiegato l’apprensiva catechista, suor Gianpaola, non una di quelle ragazze che oggi mi farebbero tornare volentieri al catechismo, e nemmeno perché avevo confessato i miei peccati a un irreprensibile don Aldo, con tanto di domande pruriginose e dettagliate, ma poiché sarei andato a pranzare, per la prima volta, e con tutti i miei cuginetti, in un ristorante. Un evento eccezionale per me, non essendoci mai stato. Mio figlio non può comprenderlo, la prima volta che ha mangiato in un ristorante aveva qualche mese, anzi era ancora nel grembo di mia moglie. Ora se gli paventi la possibilità di andare in un ristorante, a volte lo concede, ma senza nascondere una certa noia. Quando a quattordici anni mio padre, con grandi sacrifici, e pagandolo a rate, mi regalò un ciclomotore, diventò quello il più bel giorno della mia vita. Non ci potevo credere, un Benelli G2. Non era un Si o un Ciao, che andavano di moda tra i miei coetanei benestanti, ma era un evento eccezionale. Crescendo, i giorni più belli della mia vita si alternavano, sempre meno per la verità. Lentamente il sapore diventava meno intenso, meno eccezionale. Poi la mia prima tastiera professionale, la laurea, il lavoro, e soprattutto, la nascita di mio figlio, non avrei mai pensato di avere un figlio. Quanti giorni felici, che noncuranti dei precedenti, diventano il giorno più bello della nostra vita, mentre gli altri finiscono in un brumoso fiume dell’oblio. Ora non capita più di pensare: questo è il più bel giorno della mia vita, anche perché, seppur dovesse presentarsi agghindato di tutto punto, sarebbe comunque disertore di una vita che scorre senza sosta, e di una protervia tipica delle acque scoscese prima del dirupo, che sebbene sia una cascata, resta un abisso. Non mi resta che godermi i giorni più belli della vita di mio figlio, quelli già finiti e quelli a venire. Ma anche quelli della bambina che cavalca, dietro una carovana in buon ordine, asfalti di gioia; un po’meno sua madre, ancora meno suo padre, trainato dal figlio, e dal suo futuro incerto.


I fantasmi sul balcone. 18/08/2021

Sul palazzo prospiciente il mio c’è un balcone che è vuoto e con le tapparelle chiuse tutto l’anno, tranne a Natale e il mese di agosto. Una famiglia che si è trasferita al nord e che ora torna nel paese natio per trascorrere le vacanze. Ci sono gli anziani nonni, i figli e i nipoti. Mi fanno tornare in mente la casa di mia nonna. Quando nell’ottantuno morì per un tumore, i miei due zii che diversi anni prima erano migrati a Milano e una mia zia che risiedeva a Bari, decisero di non disfare la sua dimora, tutti i mobili e le sedie sgangherate restarono lì dov’erano, e sarebbero tornati ogni Natale e ad agosto per passare le vacanze. Di fronte, la famiglia è riunita, cenano tutte le sere sul balcone, seduti stretti intorno a un piccolo tavolo, i nonni, i figli e i nipoti. Noi non vedevamo l’ora che i miei zii arrivassero da Milano e da Bari, ci stringevamo intorno al tavolo, imbandito di pane e pomodoro, “cialdedda” e anguria. Si restava a banchettare e a chiacchierare fino a notte fonda, proprio come fanno i miei dirimpettai. Al piano sotto il loro vivevano due anziani signori, purtroppo i nostri palazzi sono molto vicini, e se da una parte è increscioso ritrovarsi il vicino che ti osserva mentre ceni, dall’altra anch’io non disdegno partecipare alla sua mensa. Gli anziani signori, dopo cena, nelle sere afose di agosto, abbassavano le tende sul balcone, fino al parapetto, posizionavano due lettini, uno di fronte all’altro e dormivano lì, almeno fino a quando il sole non rinasceva all’orizzonte. Ora al loro posto c’è una giovane coppia con due figlioletti, corrono lieti, continuamente su e giù per la casa, senza immaginare nemmeno lontanamente i fantasmi che vi hanno soggiornato e che, tra una boccata e l’altra al mio sigaro, mi sembra ancora di vedere, una di fronte all’altro, in preda alla calura. Quando i miei cugini diventarono grandi e i miei zii decisero di non tornare più nella casa di mia nonna, era ormai il duemila, la casa fu disfatta. Mi sembrò solo allora che mia nonna morì. Intanto i bambini siedono intorno al desco della canicola, proprio come facevamo noi, tranne una luce blu, che spunta improvvisamente tra le fette di anguria, sembrerebbe un ipad. Spero solo che non li distragga troppo dai vecchi fantasmi, e da quelli a venire.


Ciao Gino, e grazie. 13/08/2021

Gino: “Ad esempio potrebbe mandarmi dove si scontra la milizia celeste contro Lucifero… Ha presente, caro direttore, quell’Arcangelo che sguaina la spada mentre preme con il piede sulla testa di quel nerboruto signore?” Sembra soccombere, nonostante tutto…”.

San Pietro: “Fantasie, fantasie di uomini. Comunque quello è Lucifero. Mi creda però, caro dottore, qui non ci sono guerre.

Gino: “Mi ascolti, Pietro, o Simone…”

San Pietro: “Mi conoscono con tutti e due i nomi…”

Gino: “Ma come. Pietro io ho sentito dire che lei è una pietra e su di lei fonda la chiesa, e le forze dell’inferno non vinceranno. Più guerra di questa.

San Pietro: “Gino, Gino. Satana è un pezzo di pane, in confronto a certi uomini della terra. Sì,sì… ogni tanto fa qualche pazzaria, ma poi ci mettiamo d’accordo. Gli uomini per giustificare le loro nefandezze, s’inventano di essere posseduti dal demonio, ma credimi, è mezzo scemo, per di più ora ha anche una certa età.. dovresti vederlo certe volte, hai presente i vecchi nelle case di riposo, resta incantato davanti alle cattiverie degli uomini, come un bambino mentre le osserva per la prima volta. Fa una tenerezza…”

Gino: “Ma no, davvero! Allora potrebbe mandarmi all’inferno, da quelle parti c’è sicuramente qualche anima sofferente che ha bisogno di aiuto. Voglio assolutamente andare lì, per aiutare. Al fuoco sono abituato, vedesse le guerre, altro che Inferno”.

San Pietro: “Ma quale Inferno, sapessi come se la spassano. Di tanto in tanto, anche noi ci facciamo un giro, tranne in questo periodo di pandemia – Pietro si avvicina all’orecchio di Gino – ora ci vuol e il green pass per entrare, ma quando non c’era il virus, il sabato seraaa…”

Gino: “Non ci posso credere. E allora che mi avete chiamato a fare, io avevo le guerre a cui pensare, i feriti da curare, avrei anche risolto il problema del Covid, ma quando ho detto che avrei cambiato un po’ di cose, non mi hanno chiamato più. Cosa ci faccio io qui?

San Pietro: “Potresti contemplare la luce e la grazia di Dio…”

Gino: “E sì! Mentre io contemplo, laggiù continuano a farsi le guerre. Io sono contro le guerre. Fatemi almeno parlare con quegli altri delle altre religioni, mettiamoli d’accordo…”

San Pietro: “sssshhhhh! Che se ti sentono!

Che Guevara: “Ehi Gino – pacca sula spalla – sei proprio un sognatore…”

San Tommaso: “Pietro hai visto Gesù?”

San Pietro: “Aveva un torneo di golf con Maometto e Buddha.”

San Tommaso: “Non ci posso credere…”

San Pietro: “E quando mai…”

San Tommaso: “Finiranno per prendere in giro Giove”.

Gino: “Giove?!? Ma io che ci faccio qui. Non sono pacifista, sono contro tutte le guerre.”

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